mercoledì 27 ottobre 2010

UNA MOSTRA DI "AFRAN" ALL'OSPEDALE DI LECCO









"PINCO PALLINO
di Afran
dal 26 ottobre al 6 novembre
in esposizione
nella Hall dell'ospedale
"A. Manzoni" di Lecco









* Su "Afran" in questo blog vedi l'articolo: CASA DIPINTA VICINO ALL'OSPEDALE DI LECCO, pubblicato il 21 ottobre 2010

venerdì 22 ottobre 2010

STORIA DEI NOSTRI COGNOMI di Beniamino Colnaghi


Breve sintesi tratta dal sito dell'Associazione Storica Lombarda
Introduzione
Il nostro cognome è un patrimonio storico che ci contraddistingue, eppure generalmente non sospettiamo neppure che possa avere un significato. I nostri cognomi vedono la loro origine attorno alla metà del XII secolo, in un periodo in cui evidentemente il semplice nome di battesimo non consentiva più l'identificazione delle persone che portavano lo stesso nome: ciò era presumibilmente dovuto al forte sviluppo demografico legato ad un momento di sviluppo economico. Non dimentichiamo che siamo nel periodo della nascita dei Comuni. In Lombardia l'origine del cognome è varia: può derivare da un nome di paese o città (Viganò, Brivio, Colnago) o dal nome di battesimo di un antenato (Andreoni, Stefanoni, Arnaboldi), oppure da una devozione particolare verso un santo (Mauri per san Mauro), o, ancora, da un mestiere esercitato da un avo (Medici, Ferrari, Tagliabue) o da sue particolarità fisiche (Grandi, Neri, Bianchi, Rossi, Grassi)  ed infine, connessi a nomi di animali (Ratti, Gatti, Volpi). Ma, a mio parere, la parte più interessante di questi studi è quella relativa alla località di provenienza dei cognomi, cioè il "da dove siamo partiti".
E' ovvio che chi ha cognomi tipo Parma, Cantù, Vergani discende da un avo originario appunto di Parma, Cantù o Villa Vergano. Per i Mauri potremmo dire che gli studi effettuati li riconducono al lago di Pusiano come i Viscardi partono da Calusco. Le approfondite ricerche hanno condotto ad un risultato ben preciso: l'esistenza di un flusso migratorio diretto specialmente a Milano, effettuato in modo massiccio dalle valli prealpine, dalla Brianza e dalle valli della bergamasca. Un esempio classico di questo flusso è quello dei Brembilla che provengono, per l'appunto, dalla località bergamasca Brembilla.  I loro avi sono sicuramente quegli abitanti di questo paese cacciati nel 1443 dai Veneziani perché fedeli ai Visconti e che vennero favorevolmente accolti nel ducato milanese appunto per la loro fede viscontea.
Nei registri anagrafici i cognomi hanno generalmente la forma plurale perché si designa così la famiglia: fanno eccezione quelli di derivazione femminile come Marta, Sala, Beretta, ecc. Inoltre nei cognomi sono rintracciabili parecchie impronte dialettali: Valtellina è divenuto Oltolina, Savini Saini, Taleggio, Tavecchio. Inoltre il fenomeno del "rotacismo" - che trasforma la l intervocalica in r - ha modificato ad esempio Oltolina in Ortolina, Belluschi in Beruschi e via di questo passo.
Nel percorso storico dei cognomi v'è ancora da annotare che un ruolo rilevante al loro formarsi lo ebbero le tradizioni della cancelleria, dapprima quella notarile e successivamente anche quella ecclesiastica, anche se è  proprio quest'ultima ad avere sancito migliaia di cognomi. Infatti, a prescindere dalla mole di atti notarili fortunatamente a noi pervenuti d'epoca due/tre/quattrocentesca, è con il Concilio di Trento che, a partire dal 1564, viene fatto obbligo ai parroci di tenere un registro dei battesimi con nome e cognome per evitare, in particolare, matrimoni tra consanguinei. I parroci, come già fatto dai notai, dovendo indicare con esattezza la persona fecero spesso diventare cognome il nome del padre, oppure utilizzarono particolarità fisiche come si è già detto prima o un qualsivoglia altro aspetto che per la comunità indicava, sotto il profilo orale, quella particolare persona o famiglia.
E' di tutta evidenza che da questo discorso rimangono fuori le famiglie "storiche" la cui presenza aveva segnato la storia del territorio e per le quali esisteva già un sistema codificato di identificazione. Due esempi significativi per tutti: I Pusterla e i Confalonieri. Per il primo: famiglia di Milano, le cui gesta riempiono le cronache del Medioevo milanese, annovera sette tra Consoli del Comune e Consoli di Giustizia, due Arcivescovi (Anselmo 1116-1136) e Guglielmo (1361-1370) e compare nella Matricola Nobilium Familiarum del 1377, elenco di famiglie i cui membri potevano entrare a far parte dei canonici ordinari del Duomo. Un Francesco Pusterla che tramò contro Luchino Visconti fu giustiziato nella piazza del Broletto nel 1341. Un altro Pusterla, Giovanni,  castellano di Monza, fu accusato da Giovanni Maria Visconti d'aver partecipato all'uccisione di Maria Visconti: venne fatto azzannare da mastini e successivamente decapitato e squartato. Nello stemma di famiglia si vede un'aquila stilizzata che può rappresentare appunto una porta d'accesso. Confalonieri: anche qui famiglia antichissima. In origine il confanonerius era il portatore del gonfalone arcivescovile, cioè il  signifer della Chiesa milanese. A Milano, successivamente, accompagnavano il nuovo arcivescovo dalla sua entrata in città sino alla dimora. In compenso ricevevano il cavallo su cui era arrivato il nuovo presule ed il baldacchino di cui loro stessi avevano retto le aste. Lo stemma di famiglia è un gonfalone spiegato. La famiglia compare nel famoso elenco del 1377 - vedi i Pusterla -  e compare ancora con Federico - 1785/1846 - grande uomo liberale e rivoluzionario, condannato dapprima a morte poi all'ergastolo dagli Austriaci nel 1823.


I Cognomi
Esaminiamo ora alcuni cognomi lombardi e brianzoli, alcuni dei quali molto diffusi a Verderio:
Acquati: Cognome diffuso in tutt'Italia, anche se Acqua è tipicamente diffuso al nord. L'origine è legata a due possibili radici, che si identificano in toponimi (contenenti il vocabolo acqua, acque), o nel mestiere del distributore o venditore d'acqua (acquaiolo, acquarolo)

Annoni: La famiglia milanese de Annono (da Annone, sull'omonimo lago alle porte di Lecco) è registrata nella Matricola Nobilium Familiarum del 1377 (o 1277, la datazione è incerta), elenco delle famiglie nobili di Milano i cui membri avevano diritto all'elezione passiva come canonici ordinari del Duomo.
La parentela de Annono compare tra le famiglie guelfe di Brianza a cui Galeazzo Visconti, con un suo editto del 1385, perdonò il favore che essi avevano testimoniato ai Savoia.
Dal Dizionario Feudale delle Provincie Lombarde componenti l'antico stato di Milano all'epoca della cessazione del sistema feudale (1796) dovuto al Casanova, si ricava: 1625: diploma di re Filippo IV per la concessione del feudo di Gussola (Cremona) a Giacomo Antonio Annoni; 1659:  il feudo di Merone è concesso a Paolo Annoni; 1676: il feudo di Cerro al Lambro è concesso a Carlo Annoni con il titolo di conte.
Per concludere, secondo i più accreditati studiosi, il toponimo di Annone è da ricondurre al nome personale germanico Ano, Anone.

Bartesaghi: è tipico della zona del comasco, di Inverigo, Erba, Como, Pusiano ed Albavilla e soprattutto del lecchese, di Annone Di Brianza, Lecco e Mandello Del Lario, e di Giussano nel milanese, Bartezaghi è tipico di Bareggio nel milanese, Bartezzaghi è sempre tipico del milanese, di Vittuone in particolare, sono entrambi molto rari, dovrebbero derivare da un nome di località originata dal vocabolo celtico barto = foresta, bosco forse ad intendere appunto una zona boscosa il suffisso -aghi è chiaramente il plurale del celtico -ago (campo) ad intendere la zona coltivata in prossimità di un bosco.

Colnago e Colnaghi: Cognome lombardo, particolarmente dell'area compresa tra le provincie di Pavia, Milano, Lecco e Bergamo, dovrebbe essere stato originato da soprannomi legati al toponimo Colnago (MI). Negli "Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano fatti nel 1346" Colnago risulta incluso nella pieve di Pontirolo e viene elencato tra le località cui spetta la manutenzione della "strata da Vimarcate" come "el locho da Colnago" (Compartizione delle fagie 1346).
Nei registri dell'estimo del ducato di Milano del 1558 e nei successivi aggiornamenti del XVII secolo Colnago risulta ancora compreso nella medesima pieve (Estimo di Carlo V, Ducato di Milano, cart. 38).
Colombo: nell'impero romano Columbus e Columba erano nomi di schiavi.  Nei primi secoli della cristianità era molto diffuso perché veniva attribuito ad essa il significato di purezza. A Milano appaiono nel 1266. Presenti nel lecchese e in Valsassina dal Cinquecento. Nel 1690 Bernardo Colombo  fu creato marchese di Segrate. Nel 1845 Buffini scriveva, nei "Ragionamenti storici economici e statistici e morali intorno all'Ospizio dei Trovatelli di Milano" che il cognome era dato agli abbandonati bimbi dell'Ospedale Maggiore perché l'insegna di quel logo è una colomba che vola sopra una portantina. In ogni caso il cognome è assai diffuso nelle nostre zone ed è pur vero che in parecchi archivi ottocenteschi ho trovato questo cognome attributo a bambini "esposti", cioè abbandonati."
Frigerio: lombardo delle provincie di Varese, Como, Lecco, Bergamo, Brescia e Milano. Una possibile origine è dal cognome austriaco Fritscher (si pronuncia fricer o friger), un'altra possibilità è la derivazione dal nome goto Frigeridus, meno probabile, vista l'attuale concentrazione e diffusione una derivazione dal tardo latino frigerius (colui che fa fresco).
II cognome Frigeri e Frigerio, al modo stesso di Frigieri, Fruggeri e Forghieri riflette il personale medievale Frigerius, Frogerius di derivazione franca (dal germ. *frithu - "pace, amicizia" e da *gaira - "lancia") forse "amico della lancia". Fonte: F. Violi. Cognomi a Modena e nel Modenese, 1996.; il nome Frogerius potrebbe essere derivato dal personale germanico Fridger. Förstemann 532.
Mandelli: direttamente da Mandello del Lario. Nobile famiglia milanese, ben presente in epoca comunale con consoli e un podestà.. Vi sono dei Mandelli anche tra i prigionieri fatti da Federico II nella battaglia di Cortenova (1237) e mandati nel regno di Napoli. I Mandelli sono inseriti nella Matricola Nobilium Familiarum di Milano del 1377, i cui membri avevano diritto all'elezione passiva quali canonici del Duomo. Nel 1536 il conte Giacomo Mandelli otteneva da Carlo V l'investitura della contea di Maccagno Inferiore, territorio che, del resto, la sua famiglia possedeva già da oltre 400 anni. Il possesso passò poi ai Borromeo nel 1718.
Mapelli: dalla località bergamasca di Mapello. L'Olivieri presuppone che il nome abbia una discendenza dalla voce milanese mappa che indicava il cavolfiore e che trovava analogia nel cantonticinese mapp cioè pannocchia di granoturco, assimilabili alla posizione geografica del luogo. La schiatta è rappresentata nell'elenco dei Mille Homines Pergami del 1156. Segnalo un Guillelmus de Mapello, rettore di Lombardia nel 1178. Compaiono nel monzese nel 1350 negli statuti dei mercanti con Petrus de Mapello. In epoche più recenti, l'avvocato Achille Mapelli (1841-1894) fu uno dei Mille di Garibaldi e deputato al Parlamento.



Motta: in toponomastica francese, con il significato di altura e poi di poggio con castello. Il termine appare solo nel basso latino ma sicuramente vanta radici più antiche. Questi toponimi sono abbastanza diffusi e indicano per l'appunto famiglie i cui antenati provenivano da alture.  

Mottadelli: semplicemente i Motta da Ello. In un registro battesimi di Sirtori appaiono: 1572, Elisabeth di Motti da Ello; 1572 Fernardo di Motti da Ello. Unificandosi il cognome appare ai più incomprensibile, ma se scrive in tre parole diventa perfettamente chiaro.
Novati:  da Novate frazione di Merate, da Novate Milanese, da Novate Mezzola (Sondrio). Tutti e tre appartengono alla categoria dei toponimi prediali, cioè di nomi che afferiscono a terreni in quanto oggetto di norme giuridiche (servitù prediali) o fiscali (imposta prediale); la forma latina altomedievale praedialis deriva dal latino praedium cioè proprietà fondiaria. Questo toponimo compare in Lombardia, in Piemonte e nel Canton Ticino. Novate ha come radice il cognomen latino Novus: quindi, presumibilmente, la proprietà di un Novus.  Il toponimo venne utilizzato come predicato nobiliare dalla famiglia Medici da Novate per l'appunto, famiglia che compare con questa dicitura nella matricola delle famiglie nobili di Milano del 1277. Questa schiatta è talvolta chiamata, nei documenti, solo Novati. Dal Casanova si ricava che nel 1567 re Filippo II concede, con un diploma, che il feudo di Covo (CR) passi a Ferrante Medici de Novate, mentre nel 1661 re Filippo IV concede il titolo di marchese a Francesco Ferrante Novati che è un discendente del Medici del 1567.

Oggioni e Oggionni: da Oggiono, sul lago omonimo, nome che deriva poi da Augionis, cioè luogo ricco d'acqua. La forma corretta dovrebbe essere la seconda, che è anche la meno diffusa. In dialetto si dice Ugionn e ciò ci permette di collocare il toponimo con altri che terminano nello stesso modo e cioè Consonno, Caronno, Biandronno.  Nomi questi in cui si vede un composto del nome gallico "dunno", variante di "duno" col significato di monte e poi castello, che si trova in parecchi nomi lombardi, piemontesi, cantonticinesi e francesi come Comeduno (BG), Verduno (CN), Solduno (C.Ticino). Negli Atti del Comune di Milano compaiono Jacobus de Ogiono, Resonadus de Uglono, Ubertus de Uglono, Lanciavetula Ogionus. I de Uglono sono presenti a Monza almeno dal Trecento e li si trova nei primi elenchi dei mercanti: nel 1350 troviamo Dominichus de Uglono; nel 1476 compaiono Bertholameus et filius de Uglono, Franciscus de Uglono, Johannes, Contrinus et fratres de Uglono.  Nella rubrica censuaria di Monza del 1537 compaiono sei famiglie Oggioni tra cui Madonna Angela da Ogion, dove il titolo madonna indica che la famiglia era nobile.
Pirovano: appartiene ad una nobile famiglia di capitanei che conta due arcivescovi milanesi: Oberti I (1146-1166) ed Oberto IV (1206-1211). Nell'elenco del 1377 delle famiglie nobili milanesi i cui membri avevano diritto all'elezione passiva come canonici ordinari del Duomo, la famiglia appare in due rami: i Pirovano ed i Pirovano da Tabiano. Nel monzese appaiono attorno al Cinquecento anche con la forma Piroino (in dialetto diciamo Piroeuven). Dal Casanova, nel suo dizionario feudale, ricaviamo: nel 1501 il senato approva la concessione fatta da Luigi XII, re di Francia, per l'erezione in contea del vicariato di Desio, di cui fu investito il fisico Gabriele Pirovano ed i suoi discendenti; nel 1558 vengono concessi a Gian Franco Pirovano, per sé e discendenti, alcuni redditi in varie terre dello stato e della giurisdizione di Meleto; 1635, diploma di Filippo IV per la concessione del feudo di Cassino Scanasio (Mi) a Giovanni Pirovano. Il feudo cessò alla morte del marchese abate Filippo Pirovano, avvenuta nel 1673.
Riva: è un cognome che deriva da un nome di luogo attestante la presenza di un lago o di un fiume e, pertanto, è molto diffuso. Per i nostri territori abbiamo la possibilità  d'individuarne tre ceppi distinti: un gruppo a Legnano, un gruppo a Galbiate (de ripa de Galbiate) ed anche un gruppo a Mantova ove era situato un loro palazzo. Tra i de Ripa o, successivamente, Riva, si rammenta in particolar modo Bonvesin (buonvicino) della Ripa nato presumibilmente a Milano tra il 1240 ed il 1250 e vissuto praticamente sempre in città salvo un periodo trascorso a Legnano. Era un frate dell'ordine degli Umiliati, autore di opere sia in latino che in volgare ma, soprattutto un attento testimone della vita del suo tempo. La bibliografia su di lui è abbondantissima in quanto i suoi scritti sono stati oggetto di ampi ed autorevoli studi. La sua opera forse più nota è il "De magnalibus Mediolani" che ci consente di avere a disposizione un'ampia fotografia di Milano nel periodo. Come si diceva il cognome è tanto diffuso che è praticamente impossibile scegliere da quale zona od atto pubblico partire: è ben presente nelle nostre terre sin dalla metà del XII secolo. Negli Atti del Comune di Milano appare "qui dicitur de Riva, Ripa, Rippa con i nomi personali di Albertus, Bonacorso, Durans, Girardus, Guido, Johannes, Rogerio, Ventura e Vitalis. In una pergamena del monastero di san Vittore in Meda, del 10 dicembre 1252, con la quale la badessa Maria de Besuzio cede il mercato del borgo e la curaria del mercato stesso, appare un Rivanus de Ripa/Rippa filius Guilielmus. Nel Quattrocento troviamo a Galbiate dei mercanti di lana sottile oltre a coltivatori di campi sparsi un po' in tutta la Brianza.
Sala: dall'editto di re Rotari del 643 (codice delle leggi longobarde) sappiamo che con sala venivano indicati,: casa signorile, casa colonica e stalla. Parecchi sono i toponimi che sono rimasti con la designazione sala: Sala al Barro, Sala Comacina, Sala di Calolziocorte, Sala di Vassena ecc. Ciò non permette di identificare un preciso ceppo di provenienza delle famiglie con questo cognome che, peraltro, vista la diffusione del toponimo, è ben radicato nelle nostre terre.
Salomoni: Salamon e Salomon, molto raro, sono tipici del trevigiano, Salamone è specifico della Sicilia, Salamoni rarissimo è forse un errore di trascrizione di Salomoni che ha un nucleo nel bolognese ed uno nel bresciano e veronese, Salomone è diffuso in tutto il sud, ma in particolar modo in Campania, questi cognomi derivano tutti dal nome ebraico Shelam (pacifico).
Scotti: all'origine vi è un aggettivo etnico usato come soprannome e cioè Scotus = scozzese così come Franciscus significava dapprima franco e poi francese. E' un cognome, vista l'origine, abbastanza diffuso ovunque. Negli Atti del Comune di Milano troviamo: Scoto, de Scoto e Scotus con Alderius, Giacomo, Gironus, Guilielmus, Guinizo, Lanfrancus, Montinus, Mutus, Petrus, Rogerius, Saccus e Ubertus. Compare anche uno Scoto de Marchione, scriba pot. Alexandrie ed uno Scotus Artinixius de burgo Vicomercato. Nel 1237 viene indicato nell'elenco di affittuari della chiesa monzese. Troviamo anche degli Scotti nobili: 1237, ser Rugerius del Scotis; 1291, dominus Ribaldus de Scotis; 1301, Sangius de Scotis è tra gli estensori degli statuti della comunità dei mercanti di Monza; Facino e Giacomo Scotti risultano registrati tra i mercanti nel 1476. A Meda, in una pergamena del 1252 con la quale il monastero di san Vittore rinuncia all'honor, districtus e alla jurisdicio sul borgo stesso, compare quale abitante di Meda  e consiliarius (consigliere)  Guarinus de Scoto. Successivamente ancora a Monza appaiono negli elenchi dei mercanti con: 1385, dominus Aserbinus de Scoto, consiliarius et consultor (dell'amministrazione comunale); 1448, dominus Bernardus de Scotis che possiede una casa dove ora vi è il Municipio della cittadina. Sappiamo anche che nel 1458 moriva spectabilis vir dominus Ballinus del Scotis huius terre Modoetiae che era stato podestà di Novara e Lodi. Abbiamo anche un Ottaviano Scotto che emigrò a Venezia dove diede un forte impulso all'arte della stampa ed ivi morì nel 1498. Il Casanova ci informa che nel 1671 re Carlo II assegnò il feudo di Colturano ad una famiglia Scotti che vi poggiò il titolo di conte.
Sirtori: dalla località brianzola di Sirtori. Questo cognome è accostabile al termine "serta" cioè prato e luogo recintato, diffuso nelle provincie di Bergamo, Sondrio, Varese e nel Canton Ticino. Sono presenti nei nostri territori almeno dal XII secolo e nel monzese sono attestati dal Trecento già nei primi elenchi dei mercanti: 1326, Galvagnolus de Syrtori; 1350 Galvagniolus de Serturi; 1411-27, Lancelotus de Syrtori; 1470-76, Johannes de Syrtori, 1518, Francius de Sirtori; 1518 dominus Joannes Andrea de Sirtori.  Anche nella rubrica censuaria monzese del 1537 si trovano, quali addetti all'arte della lana: Baltisar de Sirtolo, mercante da lana; dominus Guielmus de Sirtol, cernidor da lana; Sanctino da Sirtol, lissador, maestro; Jacomo da Sirtol, garzoto cioè garzatore. Dal Casanova, nel suo Dizionario Feudale, ricaviamo: 1650, assegnazione del feudo di Torrevilla con Lissolo a Francesco Sirtori; il possesso cessò nel 1773 quando Guido Innocente Sirtori decedeva senza prole.
Spada: è un antichissimo cognome milanese riconducibile ad un capostipite che doveva essere un armaiolo specializzato nella fabbricazione di spade. Oppure un qualcuno talmente abile con la spada che con essa venne identificato. Abbiamo un Albertus Spata de Mediolano nel 1196 che fu testimonio nel Duomo di Monza della nomina ad arcivescovo di Ariprando da Rho da parte di Oberto da Terzago,  vescovo di Milano. Compare anche nell'elenco dei prigionieri fatti da Federico II alla battaglia di Cortenova (1237) con Lampunninus Spata in jocta.
Stucchi: un'ipotesi vuole che il cognome derivi dal nome Eustachio (dal greco Eustàchios cioè colui che dà buoni frutti). Sicuramente è presente da secoli nei nostri territori. Lo troviamo negli atti del Comune di Milano con Martinus Stucchus e negli elenchi dei mercanti di lana sottile, sempre di Milano, del 1393 con Bonulus Stuchus. Negli elenchi di mercanti di Monza del 1518 compare Paulus Stuchus e, ancora, nel 1559, nei registri battesimi del Duomo di Monza con Michel Stuco.
Valtolina:  è una deformazione dialettale di Valtellina, così come lo sono anche Voltolina, Oltolina, Ortolina e Vantellini.
Verderio: dalla località di Verderio che, a sua volta, deve il proprio nome alla presenza in loco di un viridiarium (o viridarium), cioè di un verziere, un giardino od un parco. Il toponimo si ritrova già in pergamene del X secolo: anno 934, Verederio; 996, Verederio, 997, Verederio, 998, Verderio, 998, Verederio. Anche in Francia compaiono toponimi assolutamente assimilabili: Le Verdier, Le Verger che, a loro volta, si ritrovano in cognomi tipici quali Verger e Duverger. Nel monzese compaiono solo nel 1500 con Nicola da Verderio e Clara de Verdè nel 1537.
Viganò: dalla località di Viganò in Brianza. Il toponimo, anche qui, è assai antico: si tratta infatti, in origine, di un genitivo plurale latino: vicanorum (cioè dei vicani, gli abitanti del vicus), in sintesi la comunità rurale mediaevale già presente in epoca romana e preromana. Dunque una terra vicanorum cioè una terra posseduta da tutti gli abitanti del vicus. Nel tempo il toponimo assume la forma (che si ritrova nelle antiche pergamene) di Vicanore, Viganore e, infine, Viganò. Assimilabile a Viganò sono altri due toponimi che si trovano in Renate e nella pieve d'Agliate e che, nel tempo con la tendenza spianatrice del dialetto, si sono ridotti a Vianò. Il cognome si trova negli Atti del Comune di Milano nel 1266 con de Viganore. Sono assenti nelle carte monzesi sino al Cinquecento, il che significa che sono colà approdati successivamente.
Villa: è anche questo un toponimo antichissimo ed è inteso col significato di villaggio. E' un cognome assai diffuso e ciò è dovuto all'esistenza di parecchi toponimi identici giunti sino a noi: basti pensare a Villa Raverio, Villa Romanò, Villa D'Adda. A ciò si aggiunga che questo toponimo è rintracciabile in tutt'Italia e che, con il fenomeno dell'immigrazione, possiamo avere il cognome Villa che arriva, ad esempio, dal napoletano. Troviamo a Monza, già nel Duecento, un podestà Taddeo de Villa ed anche un suo milite Rodolfo de Villa, indicati nella rubrica censuaria che riguarda la confezione del pane. Nel liber consignationis prebendarum del 1237 i Villa appaiono stanziati a Sesto, Missaglia, Maggiolino, Masnaga, Bulciago. Compaiono anche negli Statuti dei Mercanti dal 1326 al 1350 con otto rappresentanti. Il Casanova ci dice che nel 1751 il feudo di Grezzago veniva concesso a Giovanni Villa.
Viscardi: da un nome personale germanico latinizzato successivamente nelle forme di Guiscardus e Viscardus, col significato di "capitano ardito". I Viscardi nostrani paiono provenire da Calusco, nella bergamasca: nella metà del Quattrocento un Joannes de Viscardis aveva beni nella vicinia di santo Stefano a Bergamo.

Beniamino Colnaghi


ARLATE: CONTROVERSIE DI CONFINE di Anselmo Brambilla


Premessa

Con il trattato di pace di Cremona del 20/11/1441, e quello di  Lodi del 4/4/1454, l'Adda diventa confine di Stato fra il Ducato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia, e quindi la nostra zona, specialmente Arlate,  diventa zona di confine con tutti i problemi connessi.

Il fiume diventa Milanese, infatti la linea di demarcazione passa sulla sponda sinistra del fiume, e come tale il diritto alle acque rimane soggetto al Ducato di Milano, il quale attraverso appositi accordi bilaterali con i Veneti, cerca di esercitare un certo controllo oltre che sui passaggi da una sponda all'altra, anche sull'uso delle acque, e sulla proprietà delle isole presenti nel fiume .

Accordi che non saranno quasi mai rispettati dalle due parti, con controversie infinite che si susseguiranno per anni anche durante il periodo della dominazione Spagnola del territorio Ducale.



I Bergamaschi approfittando,  della situazione abbastanza instabile che si era creata sui diritti di pesca e sulle  acque, cercarono di impossessarsi di fatto se non di diritto, di alcune prerogative che non erano loro concesse; navigazione, pesca, costruzione di mulini ecc.

Pare che anche Renzo e Lucia, i famosi protagonisti dei Promessi sposi, nella loro fuga verso il Bergamasco passassero l'Adda grazie al clima di anarchia e disinteresse che si era creato sulle due sponde.

Dal 1454 il fiume, dal Lavello ad Arlate, con i relativi diritti di pesca era dei Vimercati, finché il fisco Ducale nel 1606 lo pretese e dopo varie diatribe lo ottenne nel 1626 (1) Alla fine la Regia Camera lo concede alla contessa Corio Visconti.
Con il trattato di Utrecht del 11/4/1713, la Lombardia e quindi anche il territorio dell'ex Ducato di Milano passa sotto il Governo  Austriaco il quale, dopo varie contese decide di regolare i rapporti fra le due sponde dell'Adda con un nuovo trattato con la Serenissima, per armonizzare le questioni contingenti arrivate molte volte a veri e propri atti di brigantaggio e scontri fra le opposte milizie con sconfinamenti e rapimenti pressoché quotidiani.



Accordo firmato il 16/6/1756 in Mantova tra il Governo della Serenissima Repubblica di Venezia e l'Imperial Regio Governo Austriaco di Maria Teresa , stabiliva con una serie di appositi articoli, diritti e doveri dei due Stati per l'uso delle acque e relative pertinenze.

Sostanzialmente ribadiva il divieto assoluto  per i Veneti, nella fattispecie abitanti nei paesi della sponda Bergamasca dell'Adda, di pescare o navigare sul fiume, interamente a sovranità Milanese, pena gravi sanzioni.

La costruzione e l'utilizzo dei mulini, anche sulla sponda Bergamasca,  le proprietà delle isole, le opere portuarie, ecc, vennero diligentemente e minuziosamente codificate, e attraverso bandi e proclami portati alla conoscenza dei sudditi dei due Stati.

Ma una cosa sono gli accordi un'altra cosa è farli rispettare. Essendo il fiume totalmente in territorio Milanese, i Bergamaschi avrebbero dovuto distruggere, secondo gli accordi tutte le reti, le barche, togliere eventuali sbarramenti queglie (2), e quant'altro usato per pescare sul fiume.

Ma tutto ciò più che calmare le acque esasperò gli abitanti della sponda Bergamasca che , ha torto o a ragione, avevano creduto di avere comunque conquistato per consuetudine, vista la rilassatezza del precedente governo Spagnolo,  un tacito diritto di pesca nel fiume.

E quindi, malgrado i  proclami del Podestà di Bergamo Vittor Pisani, che spiegava a tutti la nuova situazione, e prometteva punizioni esemplari per i trasgressori,  le scorrerie dei pescatori di frodo Bergamaschi continuarono più o meno come prima. 

Classico un fatto successo il 15/5/1761 a due pescatori di Brivio tali Antonio Ripamonti e Giacomo Mandelli, i quali mentre erano intenti a pescare nelle acque milanesi, vengono aggrediti dai veneti: Battista Massaretti di Monte Marenzo, e un non meglio identificato figlio del magnano di Calolzio.

I quali armati di tutto punto li costringono ad andare in un'osteria nella zona di Bisone, in territorio Veneto, dove vengono obbligati a pagare otto lire milanesi come indennizzo delle reti a loro confiscate precedentemente dagli sbirri Milanesi che li avevano scoperti a pescare di frodo nelle acque dell'Adda.
Questo genere di azioni malgrado gli interventi delle autorità si susseguono nel tempo , tanto che due anni dopo assistiamo ad una agitazione di massa dei pescatori e degli abitanti della sponda Milanese dell'Adda, i quali denunciano, attraverso i delegati di confine al residente Veneto (3) di Milano, le quotidiane vessazioni a cui sono sottoposti dai frodatori veneti.

La doglianza (denuncia) del 10/8/1763 è firmata, a nome e per conto degli abitanti e dei pescatori della sponda milanese dell'Adda, da: Antonio Ripamonti e Gio Batta Macchi , pescatori professionisti di Brivio, che molte volte erano venuti alle mani con pescatori di frodo Veneti.

Le isole (iselle) di Arlate 

Le isolette boscose , poste in acque Milanesi, nel tratto di Adda che scorre in Comune di Calco, un tempo Comunità di Arlate da poco unita  a Calco, erano in maggioranza proprietà di tale Gaspare Vimercati, nobile signorotto residente in Milano proprietario di vasti possedimenti in Arlate e dintorni.

Mentre quattro appartenevano a sudditi della Serenissima: due di bosco dolce dell'ampiezza, una di 13,12 pertiche , e una di 3 pertiche, erano proprietà di Gaspare Locatelli e fratelli, e due,  sempre di bosco dolce rispettivamente di pertiche: 24,12 e 6,20,  erano proprietà di tale prete Giacomo Plodes, e in parte dell' Abate di Pontida.

Due di queste isole erano già state (inutilmente) rivendicate il 7/8/1753, dal Vimercati, con la pretesa che essendo il fiume Milanese, le isole dovevano essere tolte ai loro proprietari Veneziani e diventare proprietà Milanesi.



L'appartenenza e la proprietà di queste isole fu sempre contestata e contesa dai rivieraschi Bergamaschi che sovente , arbitrariamente cercarono di occuparle, o quantomeno usarle, asportandone , legname , fieno, o usandole data la vicinanza alla sponda come punto strategico di passaggio, o anche come postazione per pescare di frodo.

Gli sgherri ( soldati Milanesi) che controllavano il confine erano acquartierati in Brivio, una delle zone più calde dell'intero limite territoriale, e non sempre arrivavano in tempo per impedire gli abusi e arrestarne i colpevoli.

Da una memoria del 22/12/1773 sappiamo che tale prete Giacomo Plodes (4) e fratelli Locatelli di Villa d'Adda , vengono chiamati dalle autorità Venete a discolparsi per avere arbitrariamente, in vari momenti, occupato alcune isolette e, riguardo al Plodes anche quella di averne asportato del fieno.

La doglianza contro i due era stata presentata al residente Veneto da parte del Governo Milanese per abusi consumati l'anno prima, su istanza del fisco per mancato introito.

Il proprietario delle isole adducendo a pretesto l'occupazione e quindi la mancata rendita aveva chiesto l'esenzione delle imposte.
 

E' anche vero che le due persone in questione si erano già lamentati con le autorità Venete, affinché rivendicassero  di fronte al Governo di Milano i loro diritti sulle isole, o quantomeno su parte delle isole, adducendo il fatto che alcune subirono modificazioni ad opera, del fiume deviato, che sovente cambiava geografia alla zona, da palificate varie quasi sempre costruite da Milanesi.



Allo scopo di evitare questo tipo di rivendicazioni il Senato di Milano aveva predisposto la periodica revisione o rettifica dei confini da farsi almeno ogni dieci anni, ad iniziare dal 1721, anno del primo catasto completo dello Stato passato alla storia come il Catasto Teresiano.

Oltre a stabilire esattamente il confine  con il Veneto, la rettifica aveva lo scopo di misurare l'eventuale aumento della superficie delle isole,  dovuto agli spostamenti naturali del corso d'acqua,  e nel caso di aumento l'area in più veniva assoggettata a tassazione.

La rettifica della quale esiste una buona documentazione venne eseguita nel 1842 (5), quando già la Repubblica Veneta era sparita (6), e la zona in questione apparteneva al Regno Lombardo-Veneto con l'Adda non più confine di Stato, ma solo limite fra le province di Como e Bergamo. Infatti i tecnici incaricati vennero inviati non più da Milano ma da Como.

Altre rettifiche e nuove misurazioni delle isole con la stesura di nuove mappe, vengono attuate negli anni 1853, dai tecnici di Como per conto dell'Imperial Regio Governo Austriaco, e 1863 dai tecnici di Como per conto dei Re d'Italia. 

Da abuso a incidente diplomatico

Il 6/3/1761 tale Martin Zonca, di Villa d'Adda agente Veneto per i confini di Stato, denuncia il signor Gaspare Vimercati, che oltre ad essere proprietario di vasti territori in Arlate era anche proprietario di mulini sulla sponda milanese dell'Adda, uno dei quali situato allo sbocco dell'antica strada dei Mulini (7), di avere fatto costruire una specie di paratia (8), con pali e tralicci per proteggere le sue proprietà dalla furia delle acque e per dirottare maggior quantità d'acqua verso i suoi mulini.

La denuncia fatta in base all'articolo 23 del trattato di Mantova del 16/6/1756 , stabiliva che non si potessero costruire, nel letto del fiume, opere che fossero ritenute respingenti, cioè che potessero in qualche maniera modificare il decorso normale delle acque con nocumento della sponda Bergamasca.

L'opera contestata dirottando l'acqua dal suo naturale percorso causava, a detta del denunciante, corrosione alla sponda Veneta, con deterioramento delle proprietà del signor Vimercati - Sozzi (9) proprietario di terreni sulla sponda Bergamasca.

Dallo Zonca la denuncia viene inoltrata al rappresentante del Governo Veneto in Bergamo, che rapidamente incarica, il giorno 7/3/1761 l'ingegnere Gian Antonio Urbani, incaricato per  la sorveglianza delle terre di confine, di portarsi sul posto per verificare il fatto.



Il 12/3/1761, verifica in loco da parte dell'Urbani , il quale dopo avere interrogato quattro persone a conoscenza dei fatti, stende un verbale e disegna una mappa descrittiva dell'abuso, denominato per la sua forma un po' strana "pennello".

Le quattro  persone interrogate dall'Urbani erano: Battista Cattani figlio di Pietro, massaro dei RR PP di Pontida, Domenico Galbusera mugnaio abitante nel mulino dei frati di Pontida, Battista Nava e Domenico Locatelli abitanti di Villadadda, uomini anziani e buoni conoscitori del posto. 

Composto da una doppia fila di grossi pali , 81 per la precisione, era lungo 20 trabucchi (10) Milanesi, iniziava da una piccola isola proprietà del Vimercati ed era posto più o meno davanti al mulino dei Reverendi Padri del convento di Pontida ubicato sulla sponda Bergamasca .

Anche se non più utilizzato come mulino il posto è tutt'ora  denominato mulino di sopra, ma è più conosciuto come ul mulin di fraa.
Considerata l'opera respingente, era in contrasto non solo con l'articolo 23, ma anche con il 47 del già citato trattato di Mantova, l'Urbani invia al Podestà di Bergamo la raccomandazione di far presente al Governo Milanese la questione, chiedendone la demolizione.

Cosa che il Podestà fa rapidamente il giorno 23/3/1761 con l'invio, attraverso il residente Veneto in Milano, di una nota al marchese Gerolamo Erba, con delegato del Senato milanese ai confini di Stato.

Il giorno 1/4/1761 il marchese Erba risponde al residente Veneto per comunicargli che ha dato incarico all'ingegnere Cesare Quarantini milanese di esaminare con l'Urbani la questione della palificata, aggiunge alla comunicazione una serie di lagnanze per , a suo dire lo scorretto comportamento dei Veneti verso le proprietà (isole) dei Milanesi.

Incontro il 4/4/1761 fra il marchese Gerolamo Erba e il residente Veneto in Milano Giò Gobbi, per cercare un accordo sulle tematiche aperte fra i due paesi, fra le quali la palificata Vimercati.



Accordo probabilmente non raggiunto visto che il giorno 6/4/1761 arriva un'altra lettera del residente Veneto di contestazione al fatto, e di rigetto della  memoria inviata dal Vimercati relativa a responsabilità dei frati di Pontida.

Antecedente all'incontro fra l'Erba e il Gobbi, il Vimercati aveva mandato una memoria al residente Veneto a difesa del suo operato con la descrizione di un intervento fatto dai padri di Pontida, che a suo dire lo avevano obbligato ad agire di conseguenza per salvaguardare le sue proprietà.

Nel 1735 essendo il fiume tutto sotto giurisdizione Milanese, i monaci di Pontida intenzionati a costruire sulla sponda Bergamasca un mulino, chiesero e ottennero dal Senato di Milano il permesso alla sua edificazione.

Provvedendo alla sua alimentazione attraverso un canale di derivazione delle acque, valutato dagli ingegneri Cesare Quarantini Milanese  ed Andrea Erculeo Veneto non dannoso alla portata del fiume.

Nel 1737 i padri di Pontida chiesero al Senato di Milano di poter costruire una palificata nel fiume al fine di deviare una maggiore quantità di acqua verso il loro mulino, che specie nei periodi di secca non disponeva di sufficiente alimentazione.

Ottennero dai succitati  ingegneri Camerali il permesso per tale palificata, oltre al parere favorevole del signor Vimercati - Sozzi che possedeva un mulino nei pressi del loro, sempre sulla riva Bergamasca.
 

Questa concessione rilasciata ai frati di Pontida, ribadisce il Vimercati a sua difesa, con la chiusa costruita a monte delle isole di sua proprietà, ha mutato talmente tanto il corso del fiume che è stato quasi obbligato a costruire la palificata per porre qualche riparo ai suoi possedimenti.

Possedimenti peraltro già devastati dai Bergamaschi che asportano legna e usano arbitrariamente le isole come pascoli, inoltre manca anche l'acqua, dirottata altrove, per far funzionare i mulini, quindi la palificata è stato costruita per difendere il poco reddito dei suoi terreni, reddito che serviva unicamente per i carichi fiscali.

Chiude la memoria una doglianza contro alcuni pescatori di Villa d'Adda ritenuti fuorilegge perché pescavano in acque Milanesi di frodo, in special modo contro tale Berti di N.N. detto il Magnano.

La memoria di autodifesa del Vimercati,  aveva ottenuto l'appoggio, attraverso una lettera di accompagnamento, anche del marchese Erba, ma non era servita praticamente a nulla vista la nuova missiva, a due giorni dall'incontro, di contestazione.

Immediata risposta nello stesso giorno  6/4/1761 del marchese Erba a nome del Senato di Milano, con perentoria richiesta al residente Veneto di  adoperarsi per fermare le usurpazioni, le scorrerie, e la pesca di frodo, nessun accenno alla palificata.

Vengono indicati come autori di scorrerie e violenze da perseguire, oltre ai soliti fratelli Berti, anche  tali: Vincenzo Locatelli e figli sempre di Villa d'Adda, i quali oltre che a pescare di frodo, portano i loro animali a pascolare sulle isole milanesi.

Per alcuni mesi si continua con lettere di doglianze e risposte di rigetto, fra il residente Veneto e il Senato di Milano, con ingiunzioni e contestazioni varie, per abusi vari perpetrati dall'una o dall'altra parte.

Senza mai arrivare ad assumere decisioni concrete, ne verso la palificata Vimercati, ne verso le varie scorrerie, sconfinamenti, contrabbandi ecc, operate quotidianamente dagli abitanti delle due sponde del fiume.  

Il 30/8/1761 i Veneti rigettano tutte le argomentazioni usate dal Vimercati a difesa del suo operato e insistono sulla rapida demolizione della palificata, per controllare che tutto si compia  incaricano nuovamente l'Urbani di occuparsi del problema e verificarne gli sviluppi.

Il marchese Erba , a sua volta incarica  l'ingegnere Quarantini di procedere alla ricognizione della palificata Vimercati, e darne comunicazione al Senato di Milano.

Cosa che farà il giorno 6/9/1761 e il 13/9/1761,  con la stesura e l'invio di due relazioni complete al Senato di Milano sulla palificata, e con la proposta di un incontro congiunto, previsto per il giorno  3/10/1761, dei due ingegneri: Cesare Qurantini Milanese e Gian Antonio Urbani Veneto per visionare l'opera e decidere il da farsi.

Il giorno stabilito i due si incontrano nella località Bergamasca  della Sosta , con i relativi agrimensori, e da qui raggiungono il punto della incriminata palificata.

  

Dopo attenta valutazione e misurazione, i due ingegneri concordano che la palificata, lunga 22 (11) trabucchi milanesi pari a 34 (12) passi veneti che sostenta un piede e due once d'acqua, è  da ritenersi opera respingente e quindi in contrasto con l'articolo 23 del trattato di Mantova.

Il milanese propone, tenendo conto della palificata dei padri di Pontida come evidenziato dal Vimercati, di levarne una metà ma il Veneto non accetta non essendo egli abilitato per decidere sulle risultanze della perizia cosa di pertinenza dei suoi superiori anche se lui è del parere che la palificata vada tutta demolita.

Il 29/10/1761 si pronuncia con una lettera in tal senso, la palificata va demolita tutta non essendo pensabile lo scambio fra le opere costruite dai padri di Pontida, per le quali avevano ottenuto il permesso dai milanesi e quindi non contestabili in base al trattato di Mantova, e l'abuso perpetrato dal Vimercati che invece era in contrasto con tale trattato.



Nella intensa corrispondenza di reciproche denuncie di inadempienze e trasgressioni al trattato di Mantova, che settimanalmente fra le due sponde, la famigerata palificata viene dimenticata per un paio d'anni.

Finché con una lettera datata 4/11/1763 l'ingegnere Urbani ritorna alla carica chiedendo al proprio superiore in Bergamo di inoltrare di nuovo al Senato di Milano, la richiesta di  demolizione della contestata palificata. perché sta causando notevoli danni alla sponda Bergamasca, precisamente alle proprietà della nobile famiglia Vimercati - Sozzi

Da Milano rispondono il 9/11/1763 che la pratica è in attesa di essere valutata dal Senato, e che quanto prima vi sarà un nuovo incontro fra le parti per la verifica del caso.

Per tutto il mese di novembre e dicembre 1763 e gennaio 1764, si susseguono, denuncie e contro denunce, sia da una parte che dall'altra, con i Veneti, che invitano i Milanesi a demolire rapidamente la palificata, e i Milanesi che tergiversano, contrattaccando e denunciando a loro volta scorrerie, abusi ecc.

E riguardo  alla palificata, scaricando le responsabilità della situazione sulle opere fatte costruire nel fiume dai frati di Pontida, che di fatto avevano obbligato il Vimercati a difendere le sue proprietà, quindi il Podestà di Bergamo pensi prima di tutto a sistemare i propri sudditi.

E della palificata non si sente più parlare fino al 18/6/1770 quando un promemoria Veneto arriva al Senato di Milano con la particolareggiata denuncia degli effetti negativi di corrosione della sponda Veneta (proprietà del Vimercati - Sozzi) causati dalla corrente del fiume Adda deviata dalla famigerata opera nei circa 9 anni di esistenza. 

E con questo ennesimo intervento  probabilmente andato a vuoto come tutti gli altri si conclude, almeno per i documenti in mio possesso, la vicenda dell'abuso di un signorotto locale, che per le particolari condizioni ambientali dove tale abuso si è consumato, si è trasformato in un caso diplomatico di difficile soluzione.

NOTE
(1) Cesare Cantù - Storia di Como e sua  provincia - Editore e stampatore Fausto Sardini  - Ristampa 1975 - Pagina 959
(2) Le queglie erano degli sbarramenti costruiti nel fiume con legname per intrappolare e catturare pesci
(3) Diplomatico Veneto presso il Governo Milanese, una specie di Console Generale presso il Governo di Milano
(4) A sua attenuante il Plodes  dichiara che parte dell'isola è sua perché il corso del fiume si è spostato a oriente , per colpa di una palificata fatta addirittura 50 anni prima, da un altro Vimercati, tale Alessandro, probabile antenato di Gaspare. A sostegno della sua tesi porta la testimonianza di altre persone a lui favorevoli.
Tale Angeloni dichiara che  la palificata costruita 10 o 15 anni prima, e che in questo tempo a creato un canale sulla riva Bergamasca portandosi via la terra. Lorenzo Milesi di Villa d'Adda dice che sono circa 18 o 20 anni che la palificata esiste fatta costruire sempre dall'Alessandro Vimercati  e che ciò deviando il fiume ha causato notevole danno alla sponda Bergamasca.
(5) ASC - Archivio di Stato di Como - Mappe Catasto Teresiano e Cessato - Anni 1721 - 1842 - 1853 - 1863
Rettifiche dei confini dell'Adda
(6) Il confine di Stato fra la Serenissima e il Ducato di Milano sparisce con la creazione della Repubblica Cisalpina nel giorno 9 luglio 1797
(7) L'attuale via dei Mulini che parte dalla via Papa Giovanni XXIII e arriva fino alla sponda dell'Adda
(8) Secondo le testimonianze raccolte anni dopo, la palificata anche se di dimensioni più ridotte esisteva da molti anni, solo che questa volta la costruzione era notevolmente aumentata sia come lunghezza che come altezza quindi la cosa viene denunciata.
(9) Ramo Bergamasco della stessa famiglia Vimercati. La famiglia Vimercati - Sozzi non è altro che la famiglia Sozzi dei Capitani de Vimercate, citata in un primo tempo con il solo nome di Vimercati. Tra i consoli maggiori già nel XII secolo e nel corso del XV secolo un ramo della famiglia acquisto beni immobili in Caprino Bergamasco e dal 1563 i Sozzi furono dichiarati nobili bergamaschi.
(10) Il trabucco Milanese misurava m. 2,61, quello Comasco m. 2,70 circa
(11) Come già detto essendo il trabucco metri, la palizzata era lunga circa 57/60 metri
(12) Il passo Veneto misurava metri 1,76  circa

Fonti

Biblioteca Angelo May di Bergamo

Quasi tute le informazioni contenute nella ricerca sono state ricavate da una serie di volumi dei quali diamo i riferimenti, contenenti documenti, in ordine cronologico, ma non numerati sulle secolari vicende legate ai confini Veneti dell'Adda, conservati nella biblioteca Angelo May .

Confini dell'Adda Anno 1761 - 1762 - 1763 - 1770 - 1773          
Tomo LX.1        Segnatura 97 R 24
Tomo LXII.19    Segnatura 97 R 25
Tomo LXII.17    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.18    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.21    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.22    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.23    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.24    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.25    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.26    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.27    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.28    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.29    Segnatura 97 R 26
Tomo LXII.30    Segnatura 97 R 26
Tomo LXIII.1     Segnatura 97 R 27
Tomo LXIII.2     Segnatura 97 R 27
Tomo LXVI.12   Segnatura 97 R 30
Tomo LXVIII.25 Segnatura 97 R 32
Tomo LXXI.3     Segnatura 97 R 35

ASC - Archivio di Stato di Como - Mappe Catasto Teresiano e Cessato - Anni 1721 - 1842 - 1853 - 1863 Rettifiche dei confini dell'Adda
Historia Veneziana - Pietro Bembo - Cisalpina Goliardica 1808 - Ristampa
Giuseppe Cadolini - Prontuario per l'ingegnere e per il meccanico - Milano 1843

10/10/2003      Anselmo Brambilla

Le fotografie di questo articolo sono state scattate all'alba di un giorno del 1985. M.B.

giovedì 21 ottobre 2010

CASA DIPINTA VICINO ALL'OSPEDALE DI LECCO di Marco Bartesaghi



Di fianco all'ospedale di Lecco, vicino allo sbocco della galleria proveniente dalla statale 36, dietro una lapide che ricorda il sacrificio di due partigiani, Emilio Pupato e Aristide Valsecchi, c'è un piccolo edificio dipinto. 



Sono volti sorridenti, di giovani e anziani; hanno dimensioni diverse e colori accesi. 



Nell'angolo sinistro della parete più ampia uno scorcio dell'ospedale e la sagoma del Resegone.







In un angolo la firma dell'autore "Afran" e un indirizzo di posta elettronica. Ho scritto per sapere qualcosa in più e Afran, gentilmente, ha risposto alle mie domande.
 
Il dipinto è stato deciso da lei e realizzato in autonomia o le è stato  commissionato da qualcuno?  Qual è il tema?
L'ospedale di Lecco, ha deciso di celebrare il suo 10° anniversario con diverse iniziative (concerti, conferenze...) tra cui un Murales. Il tema mi è stato proposto dal Direttore e dal consiglio direttivo dell'Ospedale (Il rapporto tra l'Ospedale e il cittadino) e io ho sviluppato il tema a mio piacere.


 

 Quale tecnica ha usato? Quali colori?
 Pittura (con pennello) con colori acrilici (niente spray, né compressore!)


Ha preparato dei bozzetti?
Certo; tali bozzetti sono stati presentati e valutati dal consiglio direttivo.
 Ha lavorato da solo o con degli aiutanti?
Ho lavorato con mia moglie.




Ma lei chi è? Quanti anni ha? Ci sono altre sue opere del genere sul  territorio? Dipingere è la sua professione?
Mi chiamo Afran, sono camerunese e sono pittore, ceramista e scultore e vorrei poter continuare ad esserlo, anche se non è semplice poter guadagnarsi il pane con questo lavoro. Ho esposto in diversi spazi e ho realizzato vari murales, in collaborazione con mia moglie o con altri artisti.




 

Cosa pensa in generale della  "street art" e di quello che si vede in giro?
La street art può essere un'arma molto forte. Ha il vantaggio di essere sotto gli occhi di tutti e di raggiungere, volente o no, qualsiasi persona, dall'amante dell'arte a quello che non se ne intende; non ha limiti né di età, né di cultura, né di classe sociale.

 
Ho trovato altre notizie su Afran a questo indirizzo: http://www.ioarte.org/artisti/Afran/

venerdì 8 ottobre 2010

CARTOLINA - 8 - BASSORILIEVO DEL CRISTO SULLA PARROCCHIALE DI VERDERIO SUPERIORE

Questa cartolina è stata spedita a Paderno d'Adda per Parigi il 26 settembre 1907. E' stata scritta da Aida Chiesa al marito Vittoro Gnecchi Ruscone.



L'immagine è il bassorilievo del Cristo murato sulla parete esterna del transetto destro della chiesa parrocchiale di Verderio Superiore, dedicata ai santi Giuseppe e Floriano. Sotto il bassorilievo una lapide con una scritta in latino:


HAEC CHRISTI RESURGENTIS
IMAGO POSTERIS MEMORET
TEMPLI EXTRUCTIONEM HUC
USQUE PERVENISSE DIE XV
KAL AUG MDCCCIC QUO
IOSEPHINA GNECCHIA DE
TURATIS MUNIFICENTISSIMA 
CONDITRIX IN DNO QUEVIT

La lapide è dedicata a Giuseppina Turati in Gnecchi, moglie di Giuseppe Gnecchi Ruscone. Sua era stata l'iniziativa di costruire, attingendo al proprio patrimonio personale, la nuova chiesa parrocchiale . I lavori avevano avuto inizio nel settembre del 1898, con la posa della prima pietra.
Il 18 luglio 1899, dopo una breve malattia, Giuseppina Gnechi morì. In sua memoria, all'altezza raggiunta a quella data dai muri della chiesa, furono murati il Cristo e la lapide.

Nella cartolina, in parte coperta dalle parole di Aida Chiesa, si scorge una didascalia che dice "Bassorilievo del secolo XV". Non mi risulta che fin'ora si sia dedicata a quest'opera l'attenzione che forse meriterebbe.
Fra l'altro essa è stata recentemente presa di mira, sembrerebbe a sassate, da qualche buontempone  in vena di fare danni tanto per divertirsi.

                                                              
                                                                                                                                                                                            
DUE IMMAGINI DEL BASSORILIEVO
COME SI PRESENTA OGGI

DON GIACOMO SPADA, PRIMO PARROCO DI ROBBIATE di Maria Fresoli

Il primo parroco fu dunque don Giacomo Spada, nativo di Merate e,al tempo dell’erezione della parrocchia, già titolare della Scuola della Rosa che, superati quei primi anni difficili, nel 1577,

 LAPIDE CON I NOMI DEI PARROCI DI ROBBIATE, 
CONSERVATA NEL CIMITERO DEL PAESE


con l’aiuto della Confraternita diede avvio alle modificazioni e ai miglioramenti della chiesa, incaricando il pittore Alessandro de Bianchi detto Della Pobbia (1)

“...prima pinger ne li mezi circoli, sopra il cornicione de la capela magior qual sono numero nove si farà vari capitoli di la vita di Santi e Sante et, soto la volta, si farà otto capitoli de la Madona.
Soto il cornicione di detta capela dov’è la finestra si farà la Nunciatione con la Madona da una parte e l’Angiolo di l’altra; per scontro in la pariete intrega, si farà la Natività di Nostro Signore.
Nel medesimo campo, si farà in figure piccole li tri magi et l’angiolo che anonzia ai pastori. In la pariete di l’ancona si farà, da una parte Santo Ambrocio, de l’altra Santo Lisandro...
Io Alesando di Bianchi ditto de la Pobia affermo e prometto quanto di sopra.” (2)


Giovanni Dozio ne fa questo paragone: (3)
“… era tutta ornata di pitture di Santi e con dorature, sul genere dei dipinti, che ancora siammirano nella Cappella della Madonna nell’insigne basilica di Monza”

.LA CHIESA PARROCCHIALE
DI ROBBIATE
Il costo dell’opera fu di 134 lire e, particolare curioso, fu pagato in buona parte in vino del Monterobbio. Purtroppo di questi preziosi affreschi non è rimasta alcuna traccia, dati i numerosi ampliamenti e modifiche successive. Uno dei primi problemi che cercò di risolvere il buon parroco, fu un caso di separazione coniugale da parte di una nobile Ajroldi, costretta per motivi di casato, a maritarsi contro la volontà e questa è l’esposizione dei fatti da parte del Vicario Foraneo di Brivio (4):
“Nella cura di Robiate vi sta una figliola di m.ser Fran.co Ajroldo, maritata in un gentiluomo di Giera d’Adda, la quale doppo di essere stata maritata conforme alli sacri ordini, come giustifica il Curato, andò doppo le noze a marito, accompagnata da detto suo marito e ivi è stata molti giorni e mesi di puoi gli saltò in capritio di farsi condurre a casa del padre a Robiate, e tanto fece che vi venne e di lì non si è mai voluta partire, ne vuole in modo alcuno lasciarsi dire di tornare con il marito , e dice che non è vero che ella habbi mai consentito di maritarsi con esso, per il che ne nasce gran scandalo e disonore; io mi sono affaticato, a richiesta del patre etparenti soi per farla capace, et perché temesse il scandalo, l’amonii che nò l’havrei admessa alla confessione e comunione, ma il predicatore di Merate ha distrutto tutto quello che io ho edificato avendo allargato la mano alla confessione, talchè saremo a peggior tensione...
Di Brivio
Li X di marzo 1573 Prete Giacomo Rossi.


Per avere una visuale sulla condotta cristiana dei parrocchiani, si riporta una nota di don Giacomo del 7 aprile 1584, dalla quale traspare che a tenere un comportamento scorretto erano solitamente i nobili, abituati da sempre ad una vita libertina, mentre i poveretti, confidanti nella Divina Provvidenza e timorosi di Dio, ben difficilmente contravvenivano alle regole di S.Carlo (5)

“Messer Desideri Ajroldi inconfesso, et no cornunicato alla parochia dieci anni sono, et interdetto circa da undeci o dieci per concubinato. Gio.Antonio Ajroldi del Buzono, inconfesso et no comunicato per questione fatta con messer Gio.Batt. Ajroldi chierico.
Battista Magni no comunicato per non haver fatto la penitenza impostali dal Prevosto.
Chaterina, figliola del fu Agostino Provenzale, concubina del suddetto Desiderio Ajroldi: inconfessa et no cornunicata da molti anni”.

Su queste trasgressioni, tornò più tardi anche il Cardinale Federigo Borrormeo, che rincarò la dose, interdendo dall’ingresso in chiesa e dalla sepoltura ecclesiastica coloro che non si erano comunicati a Pasqua nella parrocchia, i quali erano poi ammoniti pubblicamente in chiesa.



Nemmeno la Scuola del Rosario era esente da corruzione e usurpazioni nel governo delle entrate e, sul finire del ‘500 il parroco, stanco e afflitto dal continuo e disonesto comportamento degli stessi Scolari, rivolge una supplica all’Arcivescovo (6):

“Ill.mo et Molto Rev.mo Sig. mio. Nella Chiesa di Robbiate, vi è una scola del S.mo Rosario di qualche entrate notabili, sin’hora menata da scolari di detta terra, più presto per propria utilità che per amor di Dio. Puoi che quei che l’han governata restano debitori di buona somma de
denari.
Chi ha giocato li danari senza restituirli, chi ha sostentato la sua famiglia senza darne conto, chi ritiene molti scudi presso di sé occultamente, chi ha usurpato la calcina e prede (pietre), preparate per fabbrica, nelle proprie case senza renderle mai, et di più il messer Antonio Ajroldi, allora priore di detta scola, diede in prestito a messer Carlo suo fratello, scudi 40 de denari di detta scola et ne li ha mai restituiti. Di modo che questa chiesa che per il debito denuncia non esser la più onorevole di tutta la plebe, sì di fabbrica come de paramenti, resta anzi si può dire sia la peggio governata di tutte, et essendo detti scolari più volte stimolati dalli uomini dabbene et dal Curato suo, che per parte di Mons. Leonetto, suo visitatore, mostrassero li conti, mai l’hanno voluto fare, ma l’uno con l’altro si coprono, et con male parole et pessimi fatti perseguitano questi tali per farli tacere. Il che essendo contra l’honor d’Iddio, hora si fa umilmente a V. s. Ill.ma et Rev.ma come a fonte limpidissima di giustizia, che per discarico di detti usurpatori sia servita quanto prima farli render conto minutissimo del maneggio loro, per il quale S. V. Ill.ma apertamente vederà li duoli, le frodi i danni di questo sì lacerato loco. Oltre di questo il priore moderno che si chiama messer Bernardo Ajroldi, che per aver denari nelle mani ha mendicato detto priorato e sin l’anno 1555 ha costituito un livello con detta scola per lire 20 l’anno, et no’ ha pagato quasi niente sino all’anno 1565, e per segno che sia homo poco timorato di Dio, sono già anni 35 in circa che prese per moglie una sua sorella naturale con propria malizia et con ostinatione indurata persevera nel peccato senza haver mai voluto impetrar dispensa da sua S.tà. Oltra di questo sempre fu solito di pagare il salario delle entrate proprie et essi maliziosamente missero questo salario sopra il sale, di modo che li poveri che non avevano da pascere i propri figliuoli, li bisognava pagare detto Curato, il che era cosa assurdissima et contra la coscientia, et ultimamente per aviso generale questi tali no’ hanno altro che pensare ogni giorno che stare alle piaze publiche, otiosi, fissando li altri et no avedendosi i loro difetti, il che si è detto per avvertimento, et aciò che essendo V. S. Ill.ma avisata della lor qualità, li voglia riprender.
Dev.mo Hum.mo serv. Pre. Giacomo Spata."


Agli inizi del ‘600, Si pensò di abbellire anche la facciata della parrocchiale e, sopra la porta principale, fu affrescata l’immagine della Beata Vergine Maria con ai fianchi S.Giovanni e S.Alessandro.


(1) Alessandro De Bianchi detto “della Pobbia”, risulta nell’elenco degli ingegneri collegiati della città e
Ducato di Milano (Biblioteca Trivulziana sez. Materie cartella n.556.
(2) A.P.R. – cart. N.2 Robbiate 14
(3) G. Dozio, “Brivio e sua Pieve”
(4) A.C.A.M. – Pieve di Brivio – vol. III - n. 12
(5) A.P.R. – Cart. n° 4 Robbiate 15
(6) A.C.A.M. – Pieve di Brivio – Vol. III - n.14.Robbiate 16


Questo testo è tratto dal libro "Robbiate tra fede e umane vicende", scritto da Maria Fresoli ed edito dalla parrocchia di Robbiate nel 2003. Altri due brani tratti dallo stesso libro sono stati publicati su questo blog il 23/3 e il 20/5 2010.

ONLINE L'INVENTARIO DELL'ARCHIVIO STORICO DI VERDERIO

Sul sito del comune di Verderio Inferiore, e a giorni su quello di Superiore, è stato pubblicato, e può essere scaricato, l'inventario del Fondo Gnecchi Ruscone dell'Archivio Storico di Verderio.
Per quanto riguarda Verderio Inferiore , una volta entrati nel sito, bisogna cliccare sulla voce "Archivio on web"
Oltre all'inventario sono stati pubblicati il regolamento di accesso al servizio e il modulo per richiedere i documenti.
Il regolamento è pubblicato anche nell'articolo successivo di questo blog.

Nelle tre pagine che presento, il sommario dell'inventario.



Clicca sulle pagine per ingrandirle.

mercoledì 6 ottobre 2010

REGOLAMENTO PER L'ACCESSO ALL'ARCHIVIO STORICO DI VERDERIO

COMUNI DI VERDERIO INFERIORE E VERDERIO SUPERIORE
PROVINCIA DI LECCO
 
ARCHIVIO STORICO
“ FONDO GNECCHI – RUSCONE – GAVAZZI “
 
 
REGOLAMENTO PER LA CONSULTAZIONE
DEI DOCUMENTI PRESSO LA BIBLIOTECA
INTERCOMUNALE



TITOLO I - PRINCIPI GENERALI
1. Le Amministrazioni Comunali di Verderio Inferiore e Verderio Superiore individuano
nell’Archivio Storico un istituto culturale preposto alla trasmissione della memoria storica,
idoneo a concorrere all’attuazione del diritto di tutti i Cittadini all’informazione, nonché allo
sviluppo della ricerca, dell'istruzione e della conoscenza.

L'ARMADIO DOVE E' CONSERVATO L'ARCHIVIO
STORICO DI VERDERIO

TITOLO II - NATURA, CONDIZIONE GIURIDICA, SEDE E FINALITA’
DELL’ARCHIVIO STORICO

1. In attuazione dell’art. 40 del D. Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490 “Testo Unico delle disposizioni
legislative in materia di beni culturali e ambientali, a norma dell’art. 1 della legge
08.10.1997 n. 352”, è istituito l’Archivio Storico “Fondo Gnecchi Ruscone – Gavazzi” dei
Comuni di Verderio Inferiore e Verderio Superiore, con sede presso la Biblioteca
intercomunale, a Verderio Inferiore (LC) in via dei Tre Re n. 31.
2. L’Archivio oggetto del presente Regolamento è soggetto al regime di demanio pubblico ai
sensi degli artt. 54 e 55 del D. Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490 “Testo Unico delle disposizioni
legislative in materia di beni culturali e ambientali, a norma dell’art. 1 della legge
08.10.1997 n. 352”.
3. L’istituzione dell’Archivio Storico persegue come finalità:
a) la conservazione e l’ordinamento dei propri archivi come garanzia della memoria storica
della comunità locale;
b) la consultazione, da parte dei Cittadini che ne facciano richiesta, di tutti i documenti, su
qualsiasi supporto, da esso conservati e il rilascio di copia con le modalità di cui al
TITOLO VI;
c) la promozione di attività didattiche e di ricerca storica, nonché di valorizzazione dei
patrimoni documentari, pubblici e privati, che costituiscono significativa fonte per la
storia del territorio comunale;
d) la tutela e l’acquisizione dei documenti o degli archivi che risultino di interesse per la
conoscenza e lo studio della storia locale.

 ALCUNI FALDONI DELL'ARCHIVIO
STORICO DI VERDERIO

TITOLO III – SERVIZIO DI CONSULTAZIONE
1. I documenti sono liberamente consultabili ad eccezione di quelli dichiarati di carattere
riservato e quelli contenenti dati sensibili (D. Lgs. 30.06.2003 “Codice in materia di
protezione dei dati personali” e D. Lgs. 22.01.2004 n. 42 “Codice dei beni culturali e del
paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 06.07.2002 n. 137”).
Si può richiedere, con apposite procedure, l’autorizzazione alla consultazione di tali atti per
motivi di studio.
2. La consultazione dei documenti dell’Archivio Storico avviene presso la sala di lettura della
Biblioteca intercomunale di Verderio Inferiore e Verderio Superiore, durante l’orario di
apertura al pubblico della medesima.
3. La richiesta di documenti per la consultazione deve essere effettuata mediante appositi
moduli, disponibili presso gli uffici comunali e presso i locali della Biblioteca intercomunale
e deve essere presentata con un proprio documento di identità (carta di identità,
passaporto o patente) al Responsabile dell’Archivio Storico. Tale domanda sarà inoltrata alla
Soprintendenza Archivistica per la Lombardia per le necessarie autorizzazioni. Ovviamente,
l’utente può operare in autonomia la richiesta di accesso alla documentazione seguendo
l’iter previsto dalla normativa vigente. Ogni volta che l’utente accede alla consultazione
deve firmare un apposito registro di presenza in cui sarà annotata anche la segnatura delle
buste consultate.
4. Si può consultare una sola busta alla volta, per un massimo di n. 2 buste al giorno e non
possono essere evase le richieste di pezzi già in consultazione.
La distribuzione dei documenti avviene di norma nell’orario di apertura al pubblico della
Biblioteca intercomunale, compatibilmente con le esigenze di servizio della medesima, e
cessa mezz’ora prima della chiusura.
5. Il personale addetto, prima di consegnare il materiale all’utente, deve:
a) verificare lo stato di consultazione dei documenti per accertare che la consultazione
possa avvenire senza danno;
b) verificare se nella busta vi siano documenti di pregio, segnalarli all’utente e
successivamente verificare che non siano stati asportati o spostati;
c) notificare all’utente le norme di comportamento da osservare, che saranno comunque
affisse nella sala di consultazione.


FRONTESPIZIO DI UN DOCUMENTO



TITOLO IV – OBBLIGHI E DINIEGHI PER L’UTENTE
1. E’ assolutamente vietato all’utente:
a) introdurre in sala studio borse, cartelle, cartellette, quaderni, contenitori e custodie di
qualsiasi genere, che dovranno invece essere collocati negli appositi spazi esterni con
indumenti e altri effetti personali;
b) introdurre in sala studio penne, pennarelli, materiali coloranti, cibi, bevande e qualsiasi
genere di oggetti e sostanze atte a danneggiare i documenti;
c) scompaginare l’ordine dei documenti e dei fascicoli, in qualsiasi stato si trovino;
d) sottolineare anche a matita o scrivere sul materiale consultato;
e) alterare, piegare e danneggiare in qualsiasi modo i supporti dei documenti;
f) staccare fogli da filze, registri, mazzi, ecc.;
g) eseguire calchi e lucidi dei documenti;
h) danneggiare o rimuovere contenitori, sigilli, nastri e legature di qualsiasi genere;
i) inserire fra i documenti segnalibri diversi da quelli forniti dal personale in sala per
segnalare temporaneamente i documenti da riprodurre in copia fotostatica o
fotografica;
j) effettuare riproduzioni dei documenti senza la preventiva autorizzazione del
Responsabile dell’Archivio;
k) utilizzare qualsiasi tipo di scanner portatili;
l) arrecare disturbo in sala studio;
m) usare i telefoni cellulari per fare o ricevere telefonate;
n) consultare o riprodurre documenti di cartelle richieste da altri utenti.
2. Gli utenti dovranno:
a) segnalare al personale addetto eventuali problemi di ordinamento riscontrati nelle
cartelle;
b) comunicare tempestivamente al personale addetto il riscontro di eventuali lacune di
documenti segnalati negli inventari o in altri corredi;
c) rimuovere i segnalibri inseriti fra i documenti per segnalare i documenti da riprodurre in
copia fotostatica o fotografica una volta effettuata la riproduzione.
3. Il personale in servizio può effettuare dei controlli sull’osservanza delle norme da parte
degli utenti.




TITOLO V - RESTITUZIONE E DEPOSITO DEL MATERIALE DOCUMENTARIO
1. Ogni utente può trattenere in deposito per successive consultazioni un massimo di quattro
pezzi per un massimo di trenta giorni dalla data della richiesta.
E' possibile trattenere il materiale in deposito per altri quindici giorni compilando
nuovamente la scheda di richiesta con scritto ben chiaro “rinnovo”.
I pezzi che si intendono trattenere in deposito vanno collocati nell’armadio di deposito.
A consultazione conclusa i pezzi devono essere consegnati al Responsabile.
2. Alla fine della consultazione il materiale documentario deve essere riconsegnato al
personale addetto nello stesso stato in cui è stato preso in consegna dall’utente.
Il personale ha l’obbligo di verificare l’integrità del materiale e la corrispondenza con lo
stato di conservazione iniziale.
3. Il materiale in deposito non può essere dato in consultazione ad altro utente.
4. Il materiale archivistico è escluso dal prestito.
Fa eccezione il prestito temporaneo per mostre, che può essere concesso, nel quadro della
valorizzazione e del godimento pubblico dei beni culturali, alle istituzioni che ne facciano
richiesta, previa acquisizione da parte dell’Amministrazione comunale dell’autorizzazione
della Soprintendenza Archivistica per la Lombardia ai sensi dell’art. 102 del D. Lgs. 29
ottobre 1999, n. 490 “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e
ambientali, a norma dell’art. 1 della legge 08.10.1997 n. 352”.


TITOLO VI - RIPRODUZIONE DEI DOCUMENTI
1. L’utente può chiedere il servizio di foto riproduzione.
Sono esclusi dalla fotocopiatura i seguenti documenti:
a) le mappe e il materiale rilegato o cucito;
b) documenti infilzati o rilegati;
c) pergamene;
d) bolli, sigilli e materiale simile;
e) documenti danneggiati o di difficile maneggiabilità (cartografia di grande formato, lucidi,
supporti fragili, ecc.).
2. Il servizio di fotocopiatura è a pagamento secondo le modalità ed i costi già applicati presso
il Comune ove risiede l'Archivio.
L’Archivio fornisce su richiesta fotocopie nei formati A4 e A3.
L’utente che intende ottenere copie inserisce preventivamente, in sala di lettura, gli appositi
segni di carta nei documenti interessati, senza alterarne l’ordine nel contenitore.
Gli utenti, debitamente autorizzati e previa compilazione dell’apposita domanda, possono
riprodurre i documenti con proprie macchine fotografiche o tramite fotografi da loro
incaricati.
La richiesta di autorizzazione deve indicare l’elenco dei documenti da riprodurre con le
relative segnature.
Chi effettua le riproduzioni con mezzi propri è tenuto a evitare interventi atti a danneggiare
gli originali e a scompaginare l’ordine interno delle unità di conservazione (busta, cartella,
fascicolo o registro).
3. La pubblicazione delle riproduzioni da parte degli utenti è soggetta a specifica
autorizzazione da parte degli uffici competenti dell’Amministrazione comunale.
Gli utenti sono tenuti a consegnare copia degli elaborati e delle pubblicazioni inerenti
documenti tratti dall’Archivio Storico.


TITOLO VII – INVENTARIO E ACQUISIZIONI
1. L’ Archivio è dotato di inventario realizzato su supporto cartaceo e su supporto digitale.
Il supporto cartaceo può essere consultato rivolgendosi al Responsabile dell’Archivio.
Il supporto digitale può essere consultato sul sito internet delle Amministrazioni comunali di
Verderio Inferiore e Verderio Superiore.
2. Presso l'Archivio Storico comunale “Fondo Gnecchi - Ruscone – Gavazzi”, saranno
depositate le future acquisizioni di materiale documentario dei Comuni di Verderio Inferiore
e Verderio Superiore, provenienti sia da Enti Pubblici soppressi, sia da raccolte di privati a
qualsiasi titolo pervenute, vale a dire per acquisto o per donazione, per deposito o
comodato.


TITOLO VIII – SANZIONI E DISPOSIZIONI FINALI
1. L’uso improprio del servizio e la violazione delle norme incluse nel presente Regolamento
possono comportare l’interdizione temporanea o definitiva dalla consultazione dei
documenti conservati nell’Archivio Storico.
2. Il Responsabile può eseguire controlli secondo le evenienze, a campione o sistematici,
all’entrata o all’uscita dell’Archivio, su bagagli e persone.
3. Il Responsabile si riserva, per il miglior funzionamento dell’Ufficio, la possibilità di derogare
dalle presenti norme.
4. A chiunque trasgredisca le norme del presente Regolamento, potrà essere interdetta
temporaneamente o definitivamente la consultazione dei documenti dell'Archivio Storico,
con contestuale comunicazione al Soprintendente archivistico e al Soprintendente ai beni
librari e documentari, fatte salve le ulteriori azioni di difesa degli interessi delle
Amministrazioni Comunali.
5. Per quanto non previsto dal presente Regolamento, si fa riferimento alle leggi in vigore che
disciplinano la materia riguardante gli archivi storici e la loro consultazione.